Se negli ultimi mesi avete aperto LinkedIn o letto le notizie sulle policy HR dei grandi colossi internazionali, avrete sicuramente notato un ritornello insistente: “L’era del lavoro da remoto è finita, tutti tornano in ufficio”.
Ma è davvero così? La realtà che emerge dai dati più recenti sul mercato del lavoro italiano racconta una storia molto più sfumata e interessante, fatta di paradossi, assestamenti e nuove regole del gioco, sia per chi cerca lavoro nel settore Tech sia per le aziende che vogliono attrarre talenti.
Vediamo cosa sta succedendo davvero incrociando i dati dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano e l’analisi dell’Osservatorio Talents Venture sugli annunci delle grandi società di consulenza IT.

Il full remote scompare dagli annunci, ma lo smart working tiene (anzi, cresce)
Il primo dato che salta all’occhio riguarda una distinzione fondamentale: quella tra full remote (lavoro al 100% da casa) e lavoro ibrido.
Un’analisi condotta da Talents Venture su un campione di centinaia di annunci pubblicati dai colossi della consulenza tech in Italia (come Accenture, Capgemini ed Engineering) mostra un trend chiarissimo:
- Meno dell’1% degli annunci di lavoro propone espressamente una modalità full remote.
- Il 27% indica chiaramente una formula ibrida (presenza alternata a lavoro da remoto).
- Il restante 68% non lo specifica subito o parla di “flessibilità generica”, rinviando i dettagli al colloquio.
Il full remote “puro”, esploso durante l’emergenza pandemica, sembra quindi aver imboccato la via del tramonto nelle grandi organizzazioni.
Tuttavia, questo non significa affatto la fine dello smart working. I dati dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano confermano che in Italia i lavoratori da remoto sono 3,57 milioni, in leggero rialzo rispetto all’anno precedente (+0,6%). Il fenomeno si è stabilizzato: nelle grandi imprese il 95% ha progetti strutturati di smart working e coinvolge il 53% del personale.
Piccole e grandi Imprese: due velocità opposte
Mentre le multinazionali e le grandi aziende consolidano modelli ibridi regolamentati da accordi quadro, il tessuto delle PMI italiane sta prendendo una direzione diversa.
Secondo il Politecnico di Milano, nelle PMI i lavoratori da remoto sono scesi del 7,7%, con solo il 45% delle piccole imprese che adotta oggi forme di smart working (spesso gestite in modo informale e ad accordo diretto con il responsabile).
Questo crea un corto circuito nel recruiting tech:
- I colossi della consulenza usano la presenza capillare sul territorio (con sedi in oltre 25 città italiane) e il modello ibrido per intercettare candidati fuori dai grandi hub di Milano e Roma.
- Le PMI locali rischiano di soffrire la competizione se abbandonano del tutto la flessibilità, perdendo attrattività nei confronti dei profili IT altamente qualificati.
Oltre il “dove”: cosa cercano davvero i candidati Tech?
Se la modalità di lavoro non è più l’unico cavallo di battaglia per fare attraction, su cosa puntano le aziende per convincere sviluppatori, sistemisti e data engineer?
L’analisi sugli annunci del settore IT rivela che le vere leve di attrazione oggi sono altre:
- Opportunità di crescita professionale e carriera (presente nel 97% degli annunci).
- Ambiente di lavoro inclusivo, stimolante e innovativo (presente in oltre il 90% degli annunci).
- Trasparenza e formazione continua.
Nelle ricerche di personale tech, non basta più promettere “il pc aziendale e due giorni da casa”. I candidati cercano percorsi chiari di aggiornamento sulle competenze emergenti (dalla Cybersecurity all’AI applicata) e organizzazioni capaci di valorizzare il merito.

L’approccio “collaborativo”: il vero segreto della produttività
Un altro elemento cruciale sottolineato dal Politecnico di Milano riguarda come viene gestito il lavoro ibrido.
I dati mostrano che quando la pianificazione delle giornate da remoto avviene tramite un approccio collaborativo (ossia concordato all’interno del team di lavoro) e non imposto dall’alto o lasciato al puro individualismo:
- Il livello di engagement dei lavoratori sale significativamente (6,65 su 10 contro il 6,05 di chi decide da solo).
- Aumenta il senso di appartenenza aziendale (40% contro 35%).
- Migliorano le performance sulla presa di decisioni e la comunicazione interna.
Inoltre, emerge con forza il tema della sostenibilità del lavoro: il 35% dei lavoratori da remoto soffre di overworking e fatica a staccare. La vera sfida per gli HR e i team leader oggi non è controllare la presenza al desk, ma tutelare il diritto alla disconnessione e gestire il lavoro per obiettivi reali.
Cosa insegnano questi dati a chi cerca e offre lavoro nell’IT
Che tu sia un professionista tech in cerca di nuove sfide o un’azienda che fatica a coprire le posizioni aperte, il quadro attuale offre spunti molto chiari:
Per le Aziende:
- Siate trasparenti fin dall’annuncio: Omettere la modalità di lavoro o restare sul vago rischia di allontanare i profili migliori. Dite subito se e come si applica lo smart working.
- Non rincorrete solo le mode: L’Intelligenza Artificiale fa notizia, ma le aziende cercano ancora in primis competenze solide su sviluppo software, architetture Cloud, ERP e CRM.
- Investite sulla cultura del lavoro: La flessibilità è ormai un pre-requisito base. Ciò che fa la differenza per trattenere un talento è la promessa concreta di crescita e un clima aziendale sano.
Per i Candidati Tech:
- Valutate l’impatto sul lungo termine: Il full remote assoluto offre molta libertà, ma i modelli ibridi ben strutturati spesso garantiscono un’esposizione maggiore a progetti complessi, mentorship e progressioni di carriera più rapide.
- Chiedete come viene misurato il lavoro: In sede di colloquio, indagate su come l’azienda gestisce la fiducia, gli obiettivi e la disconnessione. Un’azienda realmente “smart” si riconosce dai processi, non solo dall’accordo individuale.
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Fonti: Talents Venture Osservatori.net