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Cybersecurity: stai investendo nel posto sbagliato 

La cybersecurity per le PMI è oggi una priorità riconosciuta, ma ancora troppo poco tradotta in azioni concrete. 

Budget limitati, infrastrutture datate e una cultura digitale ancora fragile espongono le piccole e medie imprese a rischi crescenti. Eppure, la soluzione non passa solo dall’acquisto di nuovi strumenti tecnologici.


cybersecurity

Gli attacchi informatici non sono più una questione che riguarda solo le grandi aziende o le istituzioni pubbliche. La superficie d’attacco digitale si espande ogni anno in modo significativo. Secondo i dati del NIST National Vulnerability Database, nel 2024 sono state registrate oltre 40.000 nuove vulnerabilità, il 38% in più rispetto all’anno precedente. 

Per le PMI, questo significa che ogni giorno di inerzia tecnologica equivale a lasciare una porta aperta. Un dispositivo non aggiornato, un firewall senza patch, un sistema di backup mal configurato: sono queste le falle che gli hacker cercano e trovano.


Un approccio solido alla cybersecurity si costruisce su tre fondamenta:

  • Formazione continua del personale sui rischi digitali e le tecniche di social engineering 
  • Asset management accurato, con mappatura di ogni dispositivo, software e infrastruttura aziendale 
  • Aggiornamento costante di sistemi, software e patch di sicurezza 

In molte PMI italiane esistono ancora switch o sistemi NAS acquistati oltre cinque anni fa e mai aggiornati. Finché funziona non si tocca è una filosofia diffusa, ma pericolosa perché è proprio su quei supporti che risiedono i dati più sensibili dell’azienda.

Allo stesso modo, un asset management efficace non serve solo alla sicurezza, ma aiuta a ottimizzare gli investimenti IT e a stimare con precisione i costi di manutenzione nel tempo.


La tecnologia copre metà del problema. L’altra metà riguarda le persone.

Un esempio concreto: un’azienda riceve una mail apparentemente autentica da un fornitore storico, con la richiesta di modificare l’IBAN per i pagamenti futuri. La comunicazione è perfetta, la firma digitale convincente, l’indirizzo email differisce di un solo carattere. Bastano pochi secondi di distrazione per trasferire somme importanti su un conto non recuperabile.

Con una semplice procedura di verifica, come una telefonata di conferma, il danno sarebbe evitato. La formazione, anche attraverso simulazioni di phishing e scenari realistici, è spesso più efficace di qualsiasi firewall di ultima generazione.


I dati italiani confermano questo squilibrio. Secondo la ricerca “Il paradosso della cybersecurity” condotta da Grafton-Excellera Intelligence, il 61% degli incidenti informatici è riconducibile a errori umani e il 50% a una formazione insufficiente sui rischi digitali.

Nonostante questa evidenza, il 56% delle risorse destinate alla cybersecurity viene assorbito da soluzioni tecnologiche, mentre solo il 18% va alla formazione e appena il 10% all’assunzione di nuovi specialisti. Quasi un lavoratore su due non è in grado di riconoscere i segnali più evidenti di phishing.

La consapevolezza del rischio esiste, ma non si traduce ancora in scelte strutturate. Le aziende investono in strumenti, ma trascurano le persone che li utilizzano ogni giorno.


Superare questo paradosso richiede un cambio di prospettiva. Le aziende che sopravvivono agli incidenti informatici non sono necessariamente le più ricche, ma le più preparate.

Costruire una cultura della sicurezza, fatta di formazione, responsabilità condivisa e governance integrata, è l’unico investimento che non può essere disattivato da nessun attacco.

Come ricordava Kevin Mitnick, uno dei più noti hacker della storia: “Non esiste patch di sicurezza per la stupidità umana”.

Fonti: Agenda Digitale, ICT Security Magazine