Vibe coding è la parola dell’anno 2025 secondo il Collins English Dictionary. In pochi mesi, questo approccio ha trasformato il lavoro di milioni di sviluppatori in tutto il mondo.
Ma di cosa si tratta esattamente? Funziona davvero o è solo un altro hype tecnologico destinato a svanire?

1. Cos’è il vibe coding
Il termine nasce nel febbraio 2025 da Andrej Karpathy, ex direttore AI di Tesla e co-fondatore di OpenAI. L’idea è semplice: descrivi in linguaggio naturale cosa vuoi ottenere e lasci che un’intelligenza artificiale generi il codice per te.
Tu ti concentri sull’obiettivo finale, sulle “vibe” del progetto. L’AI si occupa della sintassi, delle librerie e del codice ripetitivo. È un cambio di paradigma radicale in cui si passa dal “come lo scrivo?” al “cosa voglio ottenere?”.
2. I numeri del 2026
I dati del 2026 mostrano che il vibe coding non è più un esperimento di nicchia:
- Il 92% degli sviluppatori statunitensi usa strumenti AI per scrivere codice ogni giorno
- Il 74% degli sviluppatori riporta un aumento concreto della produttività
- Il 41% di tutto il codice mondiale è ora generato da AI
Il mercato globale vale oggi 4,7 miliardi di dollari, con proiezioni a 12,3 miliardi entro il 2027.
3. Come funziona
Il processo segue quattro fasi: descrivi l’obiettivo in linguaggio naturale, l’AI genera una prima bozza di codice, tu la revisioni e dai feedback precisi, poi si itera finché il risultato non soddisfa le aspettative.
La velocità è il vantaggio principale. Quello che richiedeva giorni ora lo si fa in ore. Il risparmio di tempo stimato arriva al 51% per task ripetitivi e fino all’81% per integrazioni API e configurazioni standard.
Tra i tool più usati dagli sviluppatori esperti ci sono Cursor, Claude Code e GitHub Copilot. Per chi invece è alle prime armi o non ha un background tecnico, Bolt.new e Lovable permettono di creare applicazioni complete partendo da una semplice descrizione testuale.
4. I rischi che nessuno vuole sentire
Il vibe coding non è la soluzione a tutto. Tre problemi concreti da tenere a mente:
- Debug difficile: il 63% degli sviluppatori ha speso più tempo a correggere codice AI generato di quanto ne avrebbe impiegato scrivendolo da zero
- Vulnerabilità di sicurezza: l’AI può produrre codice funzionante ma con falle come SQL injection o autenticazione debole
- Rischio per i junior: il 40% ammette di pubblicare codice senza capirlo del tutto, bloccando l’apprendimento delle basi fondamentali
Se usi l’AI come stampella invece che come strumento, rischi di non sviluppare mai le competenze necessarie per gestire i problemi più complessi.
5. A chi conviene (e a chi no)
Il vibe coding è ideale per:
- Prototipi rapidi, MVP e validare idee in tempi brevi
- Boilerplate, configurazioni, setup iniziali e operazioni standard
- Documentazione, test e task noiosi che l’AI gestisce bene
- Sviluppatori senior che sanno valutare e correggere l’output
Meglio evitarlo per codice mission-critical, sistemi di sicurezza, crittografia e per chi è ancora alle prime armi.
Chi si approccia al vibe coding senza pensiero critico rischia di costruire su fondamenta fragili. I vantaggi sono concreti, ma lo sono anche i rischi. Conoscerli entrambi è l’unico modo per stare davvero al passo col cambiamento.
Fonte: Cosimo